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August 21 Il tè di Ania Il tè di Ania
“Tutti mancano quando non hai più nessuno”
Un forte vento di maestrale non ha scoraggiato un pubblico di irriducibili che ha assistito alla proiezione del film “Il tè di Ania” del regista algerino Saiid Ould-Khelifa. La pellicola, inserita nella sezione un “Mare di cinema arabo” curata dal giornalista irakeno Erfan Rachid, narra la storia di Medhi, uno scrittore algerino di mezz’età, che vive una squallida esistenza, recluso tra ufficio ed abitazione, atterrito dalla situazione di precarietà del “decennio di sangue”. Le albe e i tramonti su Algeri passano anonimi, il tempo scorre lento e monotono all’interno del bunker fisico e mentale che l’uomo ha posto tra se e il mondo. Solo i ricordi e le memorie colorano il grigio di un esistenza segnata dal terrore per la morte. E mentre le giornate assolate, e le passeggiate spensierate rimangono impresse, solamente, sotto forma di riflessi smarriti del passato, le vite di una popolazione atterrita si trascinano. Le notizie di morte si susseguono giorno dopo giorno, alcuni fuggono in Francia, altri continuano un’esistenza semi-normale, altri muoiono dentro. Medhi ha deciso di rimanere nella sua città, tuttavia la sua fuga è ancora più forte di quella fisica. Ogni persona diventa un possibile pericolo per l’incolumità , ogni situazione apparentemente normale, un rischio che lo scrittore non sembra pronto a correre. Così si ergono muri, deboli e fittizi. Protezioni di carta fracida che possano riparare, come la pianta posta come scudo in ufficio tra la scrivania dello scrittore e quella della segretaria, “colpevole” di dare notizie di un mondo che Medhi rifiuta. Nonostante tutto appaia vuoto, nella solitudine devastante, l’amore per una sorridente signora che porta il tè ridarà allo scrittore l’opportunità di riconciliarsi con la vita. Dopo “Le ombre bianche” che analizzava il periodo precedente il “decennio di sangue” Saiid Ould-Khelifa continua il percorso di analisi psicologica della situazione algerina. Il film, anche se soffre per uno script non del tutto riuscito, che a tratti rischia di trascinare le sequenze, risulta ben fatto. Degne di nota le musiche evocative di Marc Perrone. Già premiata a Bruxelles(con il Prix Spècial du Jury), la pellicola ha il merito di soffermarsi su un aspetto poco trattato, l’effetto che il terrore può avere sull’esistenza, e di farlo con estrema raffinatezza. August 19 La voltapagine
La Voltapagine-Horcynus festival 2007
E’ stato presentato ieri, durante la seconda serata del Horcynus festival, il contradditorio film di Denis Dercourt “La Tourneuse de Pages”( “La voltapagine” in Italiano). Figlia di una coppia di macellai che abitano in una piccola cittadina di provincia, Mélanie (Deborah François) mostra, sin da piccola, un grande talento nel suonare il pianoforte. Partecipa così ad un concorso per entrare in un importante conservatorio, ma fallisce, turbata dall’atteggiamento disinvolto della presidentessa di giuria, una celebre pianista(Catherine Frot), interessata più a firmare autografi che ad ascoltare l’esibizione della giovane. Profondamente delusa, la piccola abbandona lo studio del pianoforte. Dieci anni più tardi, in occasione di uno stage, Mélanie incontra il signor Fouchécourt, il marito della donna che ha, senza ombra di dubbio, cambiato la sua vita. Rapidamente notata per la sua precisione e la sua abnegazione al lavoro, viene assunta in casa del signor Fouchécourt per prendersi cura del figlio. La ragazza riuscita ad introdursi nella vita della pianista, ne conquista la fiducia mentre progetta freddamente la sua vendetta.
“La voltapagine” è un buon thriller d’atmosfera che richiama alla mente certi lavori di Chabrol, non solo per l’ambientazione borghese ma anche per certi dialoghi e per certe situazioni, anche se, contrariamente al maestro, Dercourt, non lascia molto spazio alla scrittura, e risolve il tutto attraverso una tensione che segue l’impianto sonoro attraverso l’alternanza tra accelerazioni e rallentamenti. La pellicola risulta sottile ed intrigante; attraverso un’economia di mezzi che ha del sorprendente il film riesce ad instaurare e a mantenere, per tutta la sua durata, un clima di tensione e inquietudine. Giocato su sguardi, silenzi e primi piani, il film è condotto con rigore magistrale illuminato dalla patinata fotografia di Jérôme Peyrebrune. Da sottolineare è l’uso esperto della musica, da parte di un regista che è anche violoncellista. Le melodie di Jérôme Lemonnier si accordano con le azioni e il ritmo del montaggio, in un gioco sapiente di tensioni e distensioni, sbalzi in avanti ed improvvisi rilassamenti, per poi ritornare in un apparente calma piatta. Le due protagoniste lavorano di fino dando vita a due interpretazioni straordinarie: la veterana Catherine Frot comunica con rara efficacia la fragilità della sua pianista, la giovane Déborah François, al suo secondo film dopo “L’Enfant” dei fratelli Dardenne, è enigmatica e magnetica in un ruolo affidato principalmente ad occhiate e sfumature.
Horcynus festival 07-prima serataPRIMA SERATA IMBARAZZANTE- Horcynus Festival 07
È successo di tutto nella prima serata de “Horcynus festival 2007”. Non mi era mai capitato di assistere, nella discreta esperienza di fruitore di festival di cinema, a tanta incompetenza organizzativa. Un vastissimo pubblico aveva accolto con immenso entusiasmo, fino a far esaurire posti e biglietti, il programma della prima serata, attratto dalla promessa del concerto di Roy Paci. Tuttavia nonostante i comunicati stampa del comune promettessero una performance dell’artista e i manifesti fossero a dir poco fuorvianti , tra la disapprovazione della gente si è assistito ad uno spettacolo raccapricciante (vedere un cantante-musicista come Roy Paci passare dei dischi come un comunissimo Dj) che poco ha a che vedere con il cinema e con il mare. A caratterizzare l’apertura del festival era stato da subito il pessimo “il treno del ferro” un reportage, così almeno si legge dai comunicati stampa, di Enrico Di Giacomo, giovane giornalista e fotoreporter freelance di Messina. In realtà il corto che vorrebbe raccontare la storia del treno merci che da Nouadhibou scorre lento su un binario unico fino alle miniere di Zouerate, è sterile e irritante, si perde in immagini senza emozioni e in un montaggio con parole a scorrimento al limite dell’imbarazzante. Niente trapela attraverso le immagini , non i sacrifici , né le difficoltà di un viaggio lungo ed estenuante in cui centinaia di uomini si imbattono quotidianamente. Dopo il corto di Di Giacomo si è tentato con esiti disastrosi un viaggio in diretta audio/video dai fondali dello Stretto. Ben vengano le sperimentazioni, ma almeno bisognerebbe testarne la riuscita per non incappare in fallimenti. Annunciare le riprese subacquee come un evento speciale e mostrare, alla fine, solo qualche fermo immagine, è una cosa sostanzialmente diversa. Per la sezione “Mare di Cinema arabo” è stato proiettato “Madad” un corto che analizza l’interessante aspetto della musica come veicolo di trance nel mondo arabo durante una festa nella città del Cairo. A seguire, la visione del film “Inland Empire”, opera del regista statunitense David Lynch. La pellicola sovrappone arte e vita (attenzione), verità e finzione, realtà e rappresentazione, veglia e sogno (compreso quello hollywoodiano). Diversi sono i livelli che il film esplora e ancora una volta questi si accoppiano con voluttà partorendo mostri. Piani temporali (Se oggi fosse domani ) e narrativi (il film di partenza e il suo remake, quello che la protagonista interpreterà e nel cui ruolo verrà imprigionata) che si incrociano, identità caleidoscopiche che si frantumano e si ricompongono in diverse forme. Anticipata rispetto al programma, la proiezione della pellicola ha subito due stop forzati per problemi tecnici al quanto strani. Le pause di una decina di minuti l’una hanno dato vita a degli intermezzi vergognosi da parte delle presentatrici arrivate a dire: “Chi sta seguendo seriamente il film”, “C’è qualcuno in sala a cui sta piacendo” ed ancora “C’è qualcuno disposto a raccontare una barzelletta” e “Che possiamo fare nell‘ attesa, volete che ci spogliamo”. Proprio quando sembra che nient’altro possa succedere, quando sembra che si sia toccato il fondo e si possa solo risalire ecco arrivare il colpo di genio , l’assurdo,l’imponderabile, quello che nessuno si può aspettare: alla terza interruzione per problemi tecnici si annuncia che il film è finito. Fra lo stupore di una parte di pubblico , la liberazione per un'altra accorsa solo per un concerto che non ci sarà,e forzosamente posta di fronte alla visione di un film difficile e particolare, si assiste al colmo dei colmi: un festival di cinema, o presunto tale, che non termina la proiezione, che mutila un capolavoro lasciando credere che sia finito.
Giuseppe Santagata
Taormina corti sicilianiTaormina Corti siciliani-Vince Red LineGiunge alla conclusione il concorso riservato agli autori di cortometraggi siciliani.La scelta di 8 corti su circa 40 opere inviate del comitato selezionatore composto da Viviana Del Bianco, direttore artistico del N.IC.E,da Grazia Santini, direttore esecutivo N.I.C.E e da Carolina Mancini,critico cinematografico di Cinema&Video International, ha riservato parecchi dubbi di qualità e correttezza nell’attuazione del regolamento. Infatti , nonostante fossero richieste da regolamento opere non anteriori al Giugno 2006, molte tra le opere finaliste risultano più vecchie. Un discorso a parte merita la poca qualità generale della selezione. La stessa giuria chiamata alla scelta del vincitore ha evidenziato, oltre a comprensibili carenze dal punto di vista tecnico, una generale mancanza di originalità delle storie oggetto di narrazione e degli schemi drammaturgici utilizzati, evidente, soprattutto, in quelle opere che hanno voluto interpretare sentimenti umori e passioni della realtà siciliana. La maggioranza delle opere,infatti, risulta caratterizzata da una visione arcaica e non più realistica della Sicilia che tanto piace evidentemente al di fuori della nostra isola. Così trai corti “Red Line” di Francesco Cannavà ,“Il vecchio e la fontana” di Tony Palazzo, “Caro Figlio” di Antonio Gianmanco, “Il prestigiatore” di Mario Casentino, “Be-hind me” di Marta Tagliavia, “La coperta” di Sergio Evola e Fabio Agatino,“Pisci di Broru” di Paolo Santangelo, “Giuramento di Marinaio” di Mauro Graiani e Francesco Bellomo,nonostante una difficile votazione, condizionata soprattutto dall’impossibilità di concedere ex-equo, la giuria ha assegnato l’Intel Centrino Duo Award al corto Red Line del regista messinese Francesco Cannavà. All’interno di un vagone di un treno metropolitano, gli occhi di un giovane passeggero colgono la presenza di una bellezza femminile. Nasce un gioco di sguardi romantico e delicato, un inseguimento ed un insolito incontro. La motivazione segnala il coraggio dimostrato nell’aver messo in scena luoghi reali e mentali di distratta contemporaneità, attraverso una storia universale che nel suo fluire mai si concede alla facile ricerca di consenso. Francesco Cannavà avrà modo di partecipare e di essere inserito nel novero dei 7 cortometraggi presentati, di volta in volta, a spese di Taormina Arte, in un tour promozionale nei festival di New York, San Francisco, Mosca, San Pietroburgo, Amsterdam e L’Aia. Maldeamores Maldeamores- Taormina film fest
Tre storie si intrecciano: il primo bacio di un ragazzo, un uomo che non riesce ad accettare un rifiuto e una storia d’amore tra anziani. Lovesickness, esordio alla regia di Carlos Ruiz Ruiz, che ha come produttore esecutivo Benicio del Toro, è un viaggio attraverso gli aspetti più disincantati dell’amore. Per mezzo di un uso sapiente della commedia mischiata al tragico, il film rappresenta uno scorcio di situazioni e sentimenti che potrebbero sembrare assurde, ma che in un qualche modo ci coinvolgono sembrando straordinariamente vicine. I personaggi lottano con i loro sentimenti alle prese con varie forme dell’intenso e imperfetto sentimento dell’amore. L’umorismo nero e cinico segna i vari stadi del corso della storia. Si passa, così, dalla scoperta e dal senso di disillusione della gioventù, alla ricerca di trasgressione nel tradimento adulto, alla sofferenza per un amore impossibile e non corrisposto, affrontando anche la paura della solitudine nella vecchiaia. Il film che ha già riscosso molti consensi negli Stati Uniti, è stato molto apprezzato dal pubblico del teatro antico. Il giovane regista portoricano, già autore del sorprendente corto “Pelota de Papel”, gestisce da veterano il tutto. Inquadrature con camera a mano si alternano a fisse, movimenti vistosi di macchina a sequenze piatte, mantenendo, tuttavia, un perfetto equilibrio tra le situazioni narrate. La scrittura del film appare riuscita, le storie si muovono e si uniscono pur restando totalmente differenti. Il tema musicale di Omar Silva Melendez è un piccolo gioiello, ottima, anche, la prova di un cast formato tra gli altri da Luis Guzman, Teresa Hernandez e Luis Gonzaga. Festival Taormina XXY Festival Taormina XXY
Dopo avere attratto l’interesse della critica grazie ad uno stile unico e disinvolto, l’attenzione per la cinematografia argentina è andata con gli anni calando gradualmente per via di storie e personaggi poco coinvolgenti. In XXY, tuttavia, la giovane regista Lucia Puenzo dimostra di avere appreso le lezioni stilistiche senza disdegnare l’interesse per contenuti di un certo rilievo. Nella vita della 15enne Alex si nasconde un grosso segreto. Appena nata, la sua famiglia ha lasciato Buenos Aires per andare a vivere nelle isolate terre della costa uruguayana. Un giorno, una coppia di amici di Buenos Aires, con il loro figlio maggiore, Alvaro di 16 anni, decide di andare a trovare la famiglia di Alex. Il padre di Alvaro è un chirurgo plastico; ha accettato di buon grado la visita soprattutto per l’interesse che nutre come medico nei confronti della giovane. La forte attrazione che i due adolescenti iniziano a provare l’uno per l’altra li porta a confrontarsi con paure e segreti nascosti. La scoperta del proprio corpo per Alex si mescola a quella dell’omosessualità del giovane Alvaro. Le tre lettere del titolo rappresentano l’anomalia cromosomica di quelle persone che hanno all’interno del loro patrimonio genetico sia dei gameti maschili che femminili. Se l’essere ermafrodita, inizialmente, è più un problema sociale che personale, con il proseguire della storia diventa una forte componente di un conflitto sempre più intimo del personaggio. Puenzo attraverso una delicata analisi sulle difficoltà di Alex nella scelta tra le sue due identità sessuali, analizza il rapporto ambiguo della normalità sessuale, mantenendo una neutralità di visione per quasi tutta la durata del film. Il film non alzando mai toni, segue il lento modificarsi del rapporto tra le due famiglie. Se sul piano sociale le posizioni iniziali sembrano ben delineate, con il passare degli eventi si perde la nettezza dei tratti caratterizzanti e le cose appaiono mischiarsi. Ciò che sembrava normale, nasconde al suo interno l’anormalità, ciò che sembra mostruoso, mantiene una forte dignità. La pellicola, presentata già a Cannes, è asciutta e formalmente ineccepibile. La camera a mano e una colonna sonora molto discreta, fanno sì che non si perda mai di vista il punto centrale della narrazione. I lunghi silenzi e il ritmo lento, tuttavia, rendono il film non accessibile a tutti. La confusione dei protagonisti, nella loro ricerca di scoperta, si riflette in vari riferimenti sull’ambiguità, dalla scena iniziale che vede un parallelismo tra Alex e il Polpo, alla scena con l’iguana simbolo del trasformismo. L’infelicità dei volti, costretti a combattere per conformarsi in un modello sessuale e i paesaggi evanescenti (sottolineati dalla bella fotografia di Natasha Braier) fanno da contorno ad un’evoluzione psicologica che non porta ad un giudizio finale, ma che è capace di mostrare sotto una luce diversa il tema della diversità sessuale. Taorminafilmfest- lezioni con Matt Dillon Lezione di cinema con Matt Dillon
Taormina - Un numeroso pubblico ha assistito alla lezione di cinema di Matt Dillon nell’ambito dei consueti approfondimenti organizzati dal Taorminafilmfest dopo la proiezione del film City of ghosts di cui firma anche la regia. La pellicola narra la storia di Jimmy, giovane truffatore americano, scappato in Cambogia per sfuggire alle indagini che lo riguardano, e per ritrovare il suo complice e maestro, Marvin, che lo ha lasciato in America portandosi via il bottino. Come è cominciata la storia di City of Ghosts? Ho iniziato a pensare a questa storia, quando sono andato per la prima volta in Cambogia. Sono andato in quei luoghi nel 1993 e ho viaggiato a lungo, la ho incontrato, in particolare a Phnom Penh, questi espatriati che non potevano tornare a casa, in Europa o negli Stati Uniti e dovevano restare in queste città . E questo era il clima che volevo trasmettere. Quindi ho mantenuto questa base di realtà , su fatti reali tipici della Cambogia come ad esempio il rapimento, che c’è anche nel film E’ una cosa che in quegli anni succedeva realmente perchè non esiste un trattato di estradizione. Tra l’altro due anni dopo essere stato in Cambogia ho letto in un articolo del Herald Tribune in cui si suppone che i criminali più ricercati del mondo siano nascosti in Cambogia. Per questo la vivono questi “personaggi particolari”. Che differenza a provato nel vivere questo ambizioso progetto non solo come attore ma anche come regista? Fino ad allora ero abituato a pensare solo come attore. La cosa che mi preoccupava di più era l’esperienza che avevo nella regia, non mi faceva sentire sicuro . La fase di preparazione è stata molto lunga e meticolosa . Ma non solo razionale, bisogna a volte fondarsi sui propri istinti. Le decisioni da affrontare durante una giornata di lavoro sono molteplici. E’ un bel cast quello del tuo film, hai pensato a loro fin dall’inizio? Credo che ognuno abbia l’ambizione di fare qualcosa di diverso e di unico. Sicuramente io volevo fare una storia alla vecchia maniera, avventurosa. Ho deciso di ambientare la storia in questo contesto che ha una forte tensione drammatica . Mi sono basato esclusivamente su quello che ho visto viaggiando. Non ho fatto altro che riflettere come in uno specchio quello che vedevo. Ho scelto per questo un miscuglio di attori: James Caan, americano, Depardieu francese, Natasha, inglese e Stellan svedese. Ma la cosa che mi ha gratificato di più è che la maggior parte del cast è costituita da attori non professionisti, perchè sono pochissimi i professionisti sopravvissuti alle stragi dei Khmer Rossi. Quindi ho dovuto trovare molti attori per strada, anche perchè chi si presentava ai provini aveva una impostazione molto teatrale e non andava bene per il taglio realistico che volevo dare al film. Quali sono state delle difficoltà nel portare a termine il film? La cosa per me più difficile è aspettare, avere pazienza in questo sforzo di trovare i finanziamenti per poter realizzare il film. Sicuramente questa è una sfida difficile per tutti gli artisti che hanno una passione e quindi la voglia di realizzare qualcosa e dover aspettare qualcuno che ti firmi un assegno e che può farlo in pochi minuti. L’altra sfida è stata la difficoltà proprio logistica nell’effettuare le riprese, anche se devo dire che in confronto alla difficoltà produttiva e finanziaria in realtà è stato facile. Innanzitutto perchè ci siamo posti una serie di obiettivi e poi perchè l’abbiamo fatto con passione. La produzione di questo film è indipendente. Warden of the dead Warden of the dead
“Quando osservi la morte per così tanto tempo cominci a capire molte cose sulla vita” È rimasto piacevolmente sorpreso lo sparuto pubblico che ha assistito alle 18, nella Sala A del Palazzo dei Congressi, alla proiezione del film “Pazachyt na myrtvite/Warden of the dead” del giovane regista bulgaro Llian Simeonov. Foto di volti inanimi si fondono con le immagini di un treno che passa verso un destino che ci appare oscuro. Un funerale sotto lo scroscio di una pioggia incessante in un grande cimitero alla periferia di Sofia. Un ragazzo orfano di tredici anni(Il guardiano della morte) vive lavorando come organizzatore di servizi funebri, dirigendo, all’occorrenza becchini e fioraie. Il cimitero è il suo mondo, un microcosmo specchio della vita. Ad assisterlo due personaggi ambigui. Un ex prigioniero politico(Angel) che per 30 anni ha aspettato la morte del suo nemico, e un pittore(Rubens) che si guadagna da vivere truccando i morti. La vicenda scatenante prende le mosse dalla morte del nemico di Adam. Il vecchio avendo perso ciò che lo lega alla vita tenterà invano di uccidersi, fino a quando il ragazzo, che con gli anni ha sviluppato una familiarità inconsueta del trapasso, ha una premonizione riguardo ad una morte che sarebbe avvenuta tra dieci giorni. Tutti credono riguardi Angel e lui si prepara serenamente alla sua fine. Intanto, Maria, la figlia del nemico di Angel, scopre che lui è il suo padre naturale e prova una certa attrazione per Rubens…. I tre strani personaggi appaiono incastrati in un limbo. Quasi fossero dentro un mondo nel mondo, si muovono alla ricerca di un senso dell’esistenza. Chi lo perde si ferma. Il giovane ragazzo raccoglie le foto dei morti, e vive in un confine ambiguo tra vita e morte, confondendo e mischiando a tratti l’una con l’altra. Chiuso in un mondo di scomparsi, ha imparato la vita e le leggi che la dominano. Il pittore Rubens è alla ricerca della sua opera perfetta, ossessionato da una bellezza da cogliere anche nella catastrofe. Il vecchio Angel crede di avere esaurito la sua funzione, non sapendo di essere padre. Il cerchio tra morte, vita ed eros attraversa con simbolismi più o meno espliciti la splendida opera di Simeonov, non cadendo mai in semplificazioni accomodanti e riuscendo a trasmettere per tutto il prosieguo della pellicola emozioni. I tre elementi cadenzano la vita dei personaggi, seguendoli con intervallate vicende nello sviluppo della trama. Il film nonostante alterni momenti di comicità, a metafore e momenti tragici, sembra non perdere mai il ritmo. Le musiche di Teodosi Spasov accompagnano per mano lo spettatore, guidandolo sulle immagini curate dalla fotografia di Dimiter Gothcev. Non saremo, pertanto, sorpresi se fosse proprio questa pellicola ad aggiudicarsi il concorso nella sezione “Oltre il Mediterraneo”. Il cimitero diventa metafora non solo della vita ma anche della situazione, politico-militare, Balcanica. Nell’oscurità della notte l’esercito porta i mucchi dei corpi per la sepoltura, vittime senza volto di una guerra che arriva solamente attraverso le notizie dal televisore. E mentre Angel aspetta la morte nella sua tomba con un lumicino, i corpi martoriati dalla guerra vengono nascosti nella terra. I morti veri, quelli che vogliono morire, i vivi che non vivono, e quelli che cercano la vita scorrono nello stesso treno. Nel buio dell’oscurità, tuttavia, una luce si fa sempre largo. La premonizione si rivelerà diversa dal comune credere, e tutto alla fine sarà svelato, i corpi delle vittime riportati alla luce, i desideri realizzati, il mondo altre il cimitero scoperto. June 15 Sorso di vitaSorso di vita
Sorso di vita
si spegne
dietro l'inutile
orgoglio
dell' essere uomo.
Goccia
su goccia
pende la lacrima
amara
del triste destino:
beato
chi dorme
nel buio
della luce.
G.Santagata
June 14 Pelle fragilePelle Fragile
Pelle fragile
screpola
piaghe sbiadite
dal vento
che debole
soffia
sulle piante bagnate
dal sole.
Silenzioso tace
il tempo
e nuvole struggenti
scivolano
sui ricordi trasparenti
del passato.
Solamente in un deserto
sono libero
di volare
tra le serpi avvelenate
e di immergermi
nel lago finto
della vita.
Abbracciando
i deformi mostri
della natura,
incomincio a scendere
scivolando sulla sabbia
fino a caderci dentro,
sommerso nel mare
di una fantasia
che ormai non mi appartiene.
Perchè non mi sciolgo
ora che non posso più riflettere
e solo assorbo
spiragli nascosti di luce,
vuoti d'aria
respiro
e fumi di vernice
bruciata?
Anime gelide
e corpi senza meta
vagano.
Divento una pietra
sola
dura e immobile
in questo infinito
spazio
di mancata speranza.
G.Santagata
June 12 In your eyesIn your Eyes
I heard you suffer
in your eyes
and in your words,
in the darkness of the sun,
in the man's face
in front of the mirror,
in the weeping's sound,
in slow revenges
and in the painful breathlessness
of nothing,
I heard in the disappearing shadows
the pain which strikes the breath
and cold death
grazes your face,
I saw in your eyes
broken splinters worn by the struggle
and black silent shades,
set me free
I'm freedom
I'm love.
G.Santagata
June 07 Datemi un giornoDatemi un giorno
Datemi un giorno
in cui essere
me stesso
sia banale,
dove tutto sia normale,
dove possa diventare folla
o nessuno,
fondermi nel senso
vitale degli altri,
essere comune individuo
del continuo fluire,
e sarò contento
di essere uguale,
di poter ridere
del ridere
e piangere
del piangere.
G.Santagata June 05 Riflessi (racconto)
Riflessi
OTTOBRE 2006 ROMA
-…...
rimpiango gli attimi usati e quelli sprecati
i fiumi di pianto
le risate sofferte e le immagini sbiadite
i sogni smarriti al risveglio
le dolci illusioni degli sguardi
gli attimi in cui ho vissuto
e l’eternità di questa mia morte.
La voce commossa scandiva le parole.
Sopraggiunse il silenzio, ed infine gli applausi del pubblico astante. Tra le ombre della gente, nascoste dalla luce, una lacrima scivolò silenziosa su una guancia calda e tremante, fino ad arrivare a bagnare le secche labbra.
La ragazza girò la pagina del libro, lasciando una piccola piega nel bordo.
La sala odorava di rose, ma nonostante fosse piena, era terribilmente vuota.
12 Novembre 1987 SOPRON (UNGHERIA)
La pioggia sbatteva furiosa, scagliandosi sui tetti spioventi della piccola città.
La porta della chiesa Orsolyita tremava nonostante l’oscurità della notte tentasse di avvolgere i rumori, ovattandoli.
Davanti alla fontana di Maria Kut un uomo fradicio camminava barcollando. La porta del palazzo era socchiusa. Con passo claudicante salì le scale, lasciando per i gradini una scia.
La tramontana non poteva più distoglierlo dal suo desiderio che caldo si scioglieva nel corpo, mischiandosi con il tepore dell’alcol.
Le chiavi, la porta e il corridoio, poi la piccola stanza.
La figlia già dormiva. O almeno così sembrava.
1990 PECS (UNGHERIA)
-non piangere più, hai una nuova vita davanti
-cambierà tutto
La vettura scivolava sull’asfalto ammorbidito dal calore estivo, lasciandosi alle spalle la livida struttura del riformatorio. Zsòfi lo guardava allontanarsi e continuava a piangere in silenzio.
Le lacrime bagnavano il viso, illuminando ancora di più i suoi occhi azzurri.
Fuori, i ragazzi l’ aspettavano su per la collina, vicino alla strada che portava al cimitero, per porgerle un ultimo saluto.
Sapeva solo che sarebbe andata a vivere in Italia. Le piaceva il sole e questo la tranquillizzava.
Gli sarebbero mancati gli amici, ma ne avrebbe avuti di nuovi. Era un tipo che si adattava ad ogni circostanza. Il riformatorio era servito a plasmarla.
Nonostante questo, però, Zsòfi aveva paura; non era pronta ad avere una nuova famiglia.
Si sentiva come una sopravvissuta ad un disastro, che non crede di meritare altra possibilità, ostinandosi a chiudere le porte al futuro. La traiettoria, anche se alquanto enigmatica, del corso del suo destino, avrebbe dovuto passare attraverso l’oblio di un passato che le rimaneva impresso addosso. Gli incubi erano frequenti, e come ombre tornavano a farsi luce tra le crepe del tempo.
Ma che fare… Il flusso aveva ricominciato a fluire.
La vita doveva continuare e quella sarebbe stata la sua nuova vita.
12 Novembre 1987 SOPRON (UNGHERIA)
La bambina lo aspettava immobile. Aveva previsto tutto; questa volta, sarebbe stata forte.
Il respiro era bloccato dalla paura, le mani immobili sotto il cuscino stringevano l’unica cosa che le dava speranza. L’orologio batteva i secondi che, come macigni scagliati, tuonavano nell’attesa. Giunse un rumore dalle scale. Forse il portone, poi i passi.
Il tempo si fermò, i rumori nella stanza tacquero.
Solo i passi rimbalzavano e si avvicinavano impetuosi alla porta.
Zsòfi trattenne il respiro.
Le chiavi girarono nella serratura.
L’alito del patrigno gelido e aspro giunse al suo naso. Non era la prima volta che tornava ubriaco, e sapeva quello che l’aspettava. Quanto avrebbe voluto che sua madre fosse con lei per difenderla.
L’uomo si avvicinò smanioso, e nel barcollare urtò il pilastro nel lato della stanza.
-Sveglia, piccola mia, dobbiamo giocare!
La voce gracchiante, come pezzi di vetro, trafisse il corpo della bambina immobilizzandola. L’uomo la prese, con forza, per il braccio e la girò.
Zsòfi si mise ad urlare e a dimenarsi.
Gelida, la mano saliva lentamente, facendosi largo tra la resistenza e il rantolo strozzato.
Il tempo aveva finito di esistere e non vi era più ragione per continuare a credere.
Fu un attimo eterno; tutta la forza si racchiuse in un solo gesto.
Il coltello trapassò il collo tremante dell’uomo.
Caldo, il sangue scivolò sul letto, avvolgendo la piccola, e colorando il dolce silenzio della morte.
1991 ROMA
La vita trascorreva serena nella nuova abitazione cittadina.
L’appartamento dall’alto del suo quarto piano dava lungo il prato intervallato di alberi di Villa Torlonia. Il rumore delle macchine sembrava lontano.
Zsòfi amava trascorrere i pomeriggi affacciandosi dal balcone per osservare le persone che correvano lungo i tragitti sterrati. Dall’alto i corpi sembravano piccoli insetti in movimento, un mondo nel mondo dove tutto procedeva, e appariva al tempo stesso, come fosse finto. Il caos cittadino non arrivava a lambire il piccolo paradiso, gli uomini- insetti vivevano al di fuori del tempo e dei ritmi che tanto spaventavano la piccola, quando usciva con i genitori per il centro.
Certo i prati ungheresi erano ben altro. Le lunghe distese verdi e le immense passeggiate con la mamma erano impresse nella sua memoria e li sarebbero rimaste per sempre come ricordi azzurri di un breve periodo di felicità protetti dal grigio fumoso del tempo e della sofferenza.
La nuova camera era fantastica. Zsòfi non aveva mai visto così tanti giochi. Il letto rosa sembrava fluttuare nel mare, il cielo dipinto sul soffitto si specchiava nelle lastre di marmo bianche.
I giorni passavano nell’armonia con i nuovi amici e l’affetto conquistato e ricambiato dei nuovi genitori. Certo non era stato facile cambiare stile di vita e modo di parlare, se i primi tempi si era sentita avvolta in un guscio che non le permetteva di esprimersi, ora tutto sembrava andare per il meglio. Ma i suoni e le voci del passato, che di giorno riposavano tranquilli nei meandri della memoria, la notte tornavano come fitte nello stomaco, per poi risalire dalle viscere, per il corpo, riaffiorando come zampilli spinti dal basso.
19 e 20 Settembre 1992 ROMA
Ci sono sogni che non riposano, che si incuneano nella falsa tranquillità notturna tra le lenzuola profumate di lavanda e risalgono lentamente dai piedi scalzi come fossero un soffio gelido, un serpente umido e viscido che lambisce il collo strisciando fino a diventare dapprima un brivido che risale dalla schiena, poi un sibilo prepotente che irrompe nelle cavità auricolari per fissarsi nella mente in un riflesso offuscato e negativo, una realtà parallela, più o meno astratta, che mescola i ricordi e le immagini donandogli una nuova forma.
Quelli di Zsòfi erano lotte tra vortici di rappresentazioni e rumori, viaggi lunghi e faticosi, sofferenti e interminabili salite e ripide discese, in un percorso tortuoso e buio che non lasciava spiragli di luce.
Faceva un caldo insolito per il periodo. La finestra della stanza era aperta. Le tende immobili si attaccavano ai vetri umidi in cerca di fresco.
Il rumore dei passi risaliva per la casa. Zsòfi tremava dalla paura accucciata al lenzuolo del letto.
La febbre era alta e la piccola smaniava.
La porta si aprì. Entrò un uomo, scuro come fosse una coltre di ombra.
Il dolore delle visioni insidiava la memoria che si era costruita, minandone le fondamenta.
Sentiva mani gelide sfiorarle il corpo, bruciandone la pelle, l’odore dell’alito danzare con le ombre dei ricordi che si mischiavano con la realtà, un grosso peso nel cuore affliggerla, fino a schiacciarla. La madre preoccupata la accudiva.
Il padre appena tornato dal lavoro entrò nella stanza e si chinò per baciare sulla fronte la figlia.
Il rumore dei passi si fece più forte nella mente della bambina. L’odore stagnante di palinka rimbalzò nell’aria, affogandola.
Un’ ombra, grande l’avvolse.
La piccola si sentì morire, e saltò furiosa, con le poche energie che le rimanevano, picchiando il corpo del presunto aggressore.
Il padre rimase immobile a subire.
Poi Zsòfi cadde come svenuta.
La mattina seguente la febbre era svanita. Tutto era tornato alla normalità. La piccola riposava tranquilla.
Il sole illuminava di nuovo la casa, riflettendo la propria luce sulle piastrelle bianche della cucina. L’odore del sugo caldo, che la madre stava cucinando, inondava l’ambiente. Zsòfi per aiutarla tagliava le carote. I suoi occhi azzurri brillavano della contentezza di chi si rende utile.
L’acqua nel pentolone ribolliva.
Poi l’aria cambiò di colpo e divenne rarefatta.
Il respiro della piccola rallentò fino a diventare un pesante rantolo.
Una nuvola coprì il sole e il buio sopraggiunse silenzioso nella stanza. Sotto forma di una polvere grigia e melmosa, l’oscurità si fece largo avvolgendo i pochi colori che rimanevano intatti, finendo per scioglierli, coprendo prima il soffitto per scendere lentamente e inesorabilmente come fosse sospinta da una forza bruta e misteriosa cui non si può opporre resistenza.
Di nuovo i maledetti passi tornarono a rimbombare nella testa. Dietro di lei qualcuno si avvicinava. La voce terribile del patrigno occupava la sua mente offuscandola.
- piccola mia, dobbiamo giocare!
I passi ancora più vicini, pesanti tonfavano sul pavimento.
Zsòfi chiuse gli occhi. Le ombre del passato presero vita, animandosi.
Ormai riusciva a sentire il respiro bramoso dell’uomo che le era alle spalle.
Scaraventò il piatto di ceramica che le stava di fronte.
Sentì una mano fredda appoggiarsi sulla schiena.
Rabbrividì.
Poi urlò con tutta la forza che aveva in corpo e si girò di scatto.
L’uomo rimase fermo. Le ombre svanirono, ritirandosi. I colori sembravano ricostruirsi come fossero piccoli frammenti invisibili di puzzle.
Una piccola luce si fece largo nel buio della mente, e la stanza tornò alla sua forma.
Nel silenzio assordante della tranquillità ricostruita, gli occhi azzurri di Zsòfi guardavano attoniti il corpo del padre. Il coltello da cucina brillava conficcato nella gamba.
OTTOBRE 2006 ROMA
La gente stava lasciando rumorosamente i posti del teatro.
I fari che l’illuminavano, andavano sfocando.
La ragazza ancora sul palco aspettava di poter vedere il pubblico.
In prima fila, i genitori erano commossi come lei. Nei suoi occhi azzurri brillò un sorriso.
Aveva sofferto tanto nella vita, ricominciato una seconda e rischiato di perderla.
Ma ora che si era liberata del suo passato, ora che le cure l’avevano liberata dai fantasmi, Zsòfi sapeva che l’amore di due persone l’avrebbe per sempre sorretta.
La luce scomparve lasciando nel buio della sala i riflessi sfuggenti di un tempo passato.
Giuseppe Santagata
June 04 Due vite(racconto)
Due Vite
Il più delle volte si spezza…il gioco si rompe e track …svanisce, disperdendosi pezzo per pezzo sulle piastrelle del pavimento della cucina. Alle volte, invece, scivolando dalle nostre mani, per incanto resta intatto, come fosse protetto da un invisibile guscio magnetico. E’ allora che ciò che è, appare non essere, la realtà diventa illusione e non ti senti più prigioniero dello spazio e del tempo, non più catena del sistema, ingranaggio, ma libera eccezione, unico nel tuo essere, modello nuovo del fluire.
Chiudete gli occhi e ascoltate la mia storia.
Lungo il perimetro correva una enorme navata con grandi arcate decorate da affreschi, suddivise a loro volta in tre più piccole; in basso i beati come smarriti salivano lungo una scala diritta, accompagnati dal canto degli angeli, attraverso un tunnel che si apriva misteriosamente alla luce, lasciando spazio contrastante al buio, dal quale emergevano, informi, i peccatori che venivano spinti, per un discesa tortuosa e guidati fin dentro la bocca di un mostruoso drago rosso.
- pater, filius et spiri……Dimmi figliolo! - padre voglio morire! sto per morire! - …morire… - morire! - … come ?
Cos’era che mi entrava nelle vene levandomi la forza di respirare e gelido si incuneava senza tregua, ero libero finalmente, o prigioniero delle mie illusioni? Come si può impazzire per qualcosa che un momento prima non esiste ed ora è lì, come un pensiero fisso che non si accinge a scrollarsi di dosso: tra danze di immagini ho finito per credere che il tempo fosse fermo, guardai l’orologio… e se avesse ragione.. ancora quella parola che non si levava dalla testa……....scoppio, lasciami, scappa, liberami …una lotta torbida nell’inconscio dei contrasti …ed infine la resa. In fondo alla stanza c’era il piano, unico bagliore di luce riflessa tra l’oscurità della notte. Incominciai a suonare, come non avevo mai fatto, piangevo e suonavo e le note volavano armoniche in un flusso unico al quale si sovrapponevano immagini, desideri e ansie. Liberandosi da un inconscio che troppo a lungo le aveva trattenute, scappavano libere al ritmo scrosciante della vita; ritornai bambino, giovane, vecchio e poi di nuovo bambino...per una attimo mi feci cullare dalla dolce illusione del domani e del non fatto, dai sogni che avevo abbandonato, dai segreti che avevo nascosto; ed anch’io mi sentii volare fra un turbine di ricordi e colori che si intrecciavano, e mi sentii leggero come la brezza del mattino Ma l’illusione durò poco e caddi ferito, come chi ha vissuto un sogno e torna alla realtà |